9.3.08

stefinews per l'otto marzo

Le donne del consiglio regionale quest'anno hanno dedicato la ricorrenza dell'8 marzo alla presentazione della proposta di legge sulla violenza contro le donne, una proposta che è stata firmata oltre che dalle sette donne del Consiglio, anche dai rappresentanti di tutti i gruppi consiliari e prevediamo vada in aula prima dell'estate.
Legare la ricorrenza dell'impegno delle donne per le pari opportunità con la lotta alla violenza rappresenta una semplice e chiara scelta di campo, una vera opzione politica. Donne dei più diversi schieramenti sono ormai unite nel voler caratterizzare il proprio impegno con azioni concrete, che rispondano a bisogni immediati, ad emergenze sociali. E la violenza è oggi la prima causa di morte per le donne; una donna su tre nel nostro tempo subisce una qualche forma di violenza.
Ma c'è anche nelle nostre intenzioni la volontà di realizzare gesti concreti che restituiscano credibilità alla politica: viviamo dunque questo nostro impegno anche con una forte carica emotiva. Parlando di quali servizi attivare contro la violenza non può che scorrere davanti ai nostri occhi l'immagine delle tante vittime: delle mogli percosse, delle figlie abusate, delle straniere schiavizzate, delle lesbiche umiliate, delle donne offese perchè donne.
In questi casi il linguaggio della politica parla di "presa in carico del problema", di "prevenzione, sostegno, recupero". E molto spesso ci ritroviamo inadeguati a rispondere alla gravità di tanti casi.
Al di là delle architetture amministrative io propongo oggi alle donne della nostra regione di assumere su di noi non il "caso" ma la vita stessa delle tante donne che anche nel nostro territorio sono vittime.
Mi sento di usare il termine di "sorellanza". E' tempo che affrontiamo il disagio come condivisione autentica. Io mi sento oggi sorella della donna del sud del mondo che per il suo popolo vale meno di una capra, e sorella della romena che arrivata nel nostro paese con grandi sogni oggi è costretta a prostituirsi. E ancora: mi sento sorella di Ingrid Betancourt la cui vita è ormai appesa ad un filo, ostaggio da anni in Colombia dei guerriglieri a causa del suo impegno per i diritti civili e la libertà del suo Paese.
Sentirsi sorella significa in primo luogo cambiare approccio culturale e assumere un impegno diretto oltre l'ordinaria amministrazione per affrontare la straordinaria emergenza rappresentata dalla violenza.
La nostra società ricca di tante parole è povera di azioni significative: su temi come questi dobbiamo rompere la cortina fumogena del bla bla bla e far incontrare l'umanità di ciascuno.

stefania
fine messaggio n. 50