6.1.08

stefinews dell'Epifania

Corriere Adriatico mi ha chiesto per oggi un intervento sul tema della rappresentanza femminile. E' stato pubblicato nell'inserto La Domenica.
Ho colto l'occasione per un omaggio a Benazir Bhutto e ad altre donne coraggiose.

Per questo motivo ve lo propongo come stefinews.

GIU’ I VELI OLTRE LE QUOTE

Quando parliamo di rappresentanza femminile possiamo utilizzare due diversi approcci; quello statistico, collegato al principio dell’equità: in Italia le donne sono in numero maggiore degli uomini e dunque sarebbe giusto che fossero rappresentate almeno al 50% in ogni ambito sociale o politico, dal mondo del lavoro alle istituzioni, dal pubblico impiego alla scuola, dagli ospedali agli organi di informazione, ma sarebbe soprattutto importante una adeguata rappresentanza “verticale”, non solo tra la “manovalanza” ma anche tra la dirigenza.
E’ l’approccio classico, basato prima che sulla equità sul buon senso …. A nessun uomo - tanto meno a quelli che criticano le quote rosa - passerebbe mai per il cervello l’idea di rinunciare a un quid che gli spetta, sia esso un posto in Parlamento o in prima fila all’apertura della stagione lirica dell’ultimo teatro del più piccolo paese.
E’ questo che le donne rivendicano da anni, per cui talvolta si piangono anche addosso, facendo un passo avanti e due indietro: così è per esempio per la nostra rappresentanza parlamentare e nelle assemblee elettive che invece di migliorare diminuisce.
Abbiamo tifato donne generose che si sono messe in gioco per “esserci”: come Ségolène Royal alle presidenziali in Francia e Rosy Bindi alle primarie del Partito Democratico in Italia. Entrambe hanno cercato di rompere il famoso tetto di cristallo e hanno scommesso non solo su se stesse ma su tutte le donne. “Se non ce la farò io stavolta – ha detto Rosy Bindi – sarà maturo il tempo per la prossima!” E vedremo nelle prossime settimane se la avanzata democrazia statunitense sceglierà di sdoganare prima il nero Obama o la donna Hillary.
In questi giorni mi sento però coinvolta da un secondo approccio al problema della rappresentanza di genere: quello passionale!
Spesso si usa per alcune donne impegnate, in particolare in politica, l’appellativo di “pasionaria” a indicare un modo di porsi dominato dal cuore. Pasionaria (fiore della passione) è lo pseudonimo con il quale Dolores Ibarruri dirigente comunista nella Spagna degli anni trenta firmava gli articoli nel giornale dei minatori. Una donna risoluta, austera, con una grande oratoria.
E da allora tante donne sono state definite pasionarie: dalla nostra Tina Anselmi alla premier ucraina Iulia Timoshenko eroina della rivoluzione arancione, alla marocchina Nadia Yassine unica donna a capo di un movimento religioso musulmano.
Contraddistinguono queste donne un linguaggio franco, la determinazione nel perseguire i propri obiettivi, l’aggancio a principi e valori, l’opzione fondamentale per i poveri, l’amore per il proprio Paese.
Gli uomini le definiscono anche: “donne con gli attributi” quasi che per fare bene politica sia necessario essere uomini o “similmaschi”.
Sono ovviamente più legata alla definizione di pasionaria che mi sembra evocare chiaramente la femminilità, l’esperienza di donne che rappresentano la vita vera che non è macha né perfetta. La vita è - come si dice - lacrime e sangue e donne come queste ben la rappresentano scegliendo di non essere definite in quanto “mogli di” o “protette da”, ma di spendersi totalmente anche a costo di pagare prezzi alti.
Il pensiero non può che andare in questi giorni a due pasionarie che hanno dato non solo l’anima alla politica e al proprio Paese, ma la loro stessa vita: mi riferisco a Ingrid Betancourt sequestrata sei anni fa dalle Forze Armate Rivoluzionarie della Columbia durante la campagna elettorale che la vedeva candidata e Benazir Bhutto uccisa pochi giorni fa in Pakistan alla vigilia delle elezioni per la presidenza. Due donne, due madri, rientrate entrambe nel proprio Paese per ripristinare la democrazia e battersi per i diritti dei negletti, dei contadini, delle donne, dei giovani, delle minoranze.
Non ci sentiamo meno forti se piangiamo queste donne e con queste donne: la nostra politica ha bisogno di ripartire da queste vite non per affermare delle quote ma per sentirsi nuovamente utile a qualcuno.


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