28.6.08

stefinews del 28 giugno 2008

Uscito domenica 29 giugno nell'inserto "La Domenica" di Corriere Adriatico

In una società come la nostra nella quale se non corrispondi allo stereotipo del ruolo sei etichettata quantomeno come strana, mi capita spesso di confliggere con le aspettative che suscita la carica istituzionale che ricopro.
Perché nell’immaginario collettivo un politico, un consigliere regionale, ben di più un Vicepresidente del Consiglio Regionale è un uomo, ora incidentalmente una donna di potere.
Gli uomini o donne di potere sono apparentemente simili agli umani: mangiano, parlano, dormono, ma si sa, o meglio si dice, che ….. se vogliono, possono!
“Puoi aiutarmi a trovare un posto per mio figlio? Se telefoni tu …. mi anticipano l’ecografia…” fino a … “se riesci a trovare due biglietti per la partita….”
Il mio problema è che in vita mia non ho fatto nulla di tutto questo e non ho alcuna intenzione di iniziare ora!
Quando dopo la elezione a vicepresidente ho dichiarato di rinunciare all’uso quotidiano dell’auto blu qualcuno di “potere” mi ha guardato come una precipitata per sbaglio dal pianeta Marte, per gli umani sono invece diventata un’eroina, una tosta che va alla guerra con le mani nude…in realtà la scelta non mi sembra così eroica: da casa a lavoro continuo ad usare la mia auto, esattamente come fanno tutti quelli che lavorano. Ma la cosa ha fatto notizia, perché il potere è ricco di simbolismi. Se arrivi ad un incontro del tuo partito a fine giugno in una giornata torrida, sudata e dopo aver cercato il parcheggio per mezz’ora non hai la stessa credibilità di quello che si fa portare dalla macchina di servizio con il climatizzatore a palla esattamente davanti alla porta della sala riunioni in zona a traffico limitato.
Il potere è conformista: si nutre di riti che si tramandano da maestro a discepolo. L’uomo e la donna di potere sono “costretti” a scegliere i migliori ristoranti per le loro cene di lavoro e a viaggiare in business class per tenere alta la dignità che richiede il loro ruolo istituzionale. Si dividono i dirigenti pubblici in mio tuo suo, nostro e loro: un direttore di zona asl equivale a un presidente della municipalizzata, una consulenza per l’immagine dell’ente vale come una ricerca sull’occupazione giovanile ….
Non demonizzo il potere, sia ben chiaro. E’ lo strumento indispensabile per realizzare programmi e avverare ideali. Semplicemente ho in mente un altro modo di interpretare il ruolo.
Tempo fa un collega consigliere regionale mi ha detto: “io penso che un amministratore debba essere quello che fa la pasta per tutti.” Mi ha ricordato un’espressione di Massimo Cacciari che riprendendo l’etimologia di “ministro” lo definisce “uno che prepara minestre per gli altri.”
Sebbene io non sappia cucinare trovo queste definizioni assolutamente pertinenti e cariche di una dignità alla quale ho ancorato il mio impegno politico in questi anni.
Chi fa politica per un progetto, per raddrizzare una pratica storta o cambiare il mondo, trae la sua forza da non avere altro interesse che gli interessi di tutti. Con questa arma hai la garanzia di essere nel giusto perché non guardi in faccia nessuno, ma tutti negli occhi.
Questo metodo non comporta necessariamente una lunga carriera politica ma sicuramente riempie di senso l’impegno.
Ciononostante tutti i giorni qualcuno mi richiama al ruolo classico di donna di potere. E confesso che in un paio di occasioni ho anche giocato a vedere l’effetto che fa.
In tutti i casi mi sono ritrovata a guardare un film che non mi appartiene, ma che suscita in me grande ilarità. Rido nel vedere persone che non mi sono amiche venire a cercarmi per diventare interlocutrici, rido degli esagerati atteggiamenti ossequiosi, rido di chi incontrandomi con un’amica saluta me e non lei.
E credo che talvolta ridere sia più efficace di tante prese di posizione verso le ingiustizie: ridiamo dunque per smontare questa caricatura del potere che invece è fare il proprio dovere come fanno tutte le persone perbene ..... e la soddisfazione più grande è quando sai che hai fatto una cosa giusta e non ci hai guadagnato assolutamente nulla. Questo per me è potere ... ed è inebriante...

stefania
fine messaggio n. 53

20.6.08

stefinews del ... cinquantesimo

Quando ho compiuto quaranta anni facevo la grossa vantando la stessa età di Sharon Stone e Madonna. Ora che ne compio cinquanta mi dà conforto aver scoperto di averne quanti l’orso Yoghi.

Perché in fondo chi sono i cinquantenni? Sono quelli del già e non ancora. Sono già ben adulti da avere dei figli adolescenti che il sabato sera rientrano tardi, ma sono essi stessi ancora figli di genitori arzilli che in quello stesso sabato rincasano più tardi di loro.

Sono … siamo più giovani dei sessantottini che hanno fatto la rivoluzione con il 18 politico e ora continuano a votare a sinistra ma non ce ne è uno contento e più vecchi di quelli nati dopo lo sbarco sulla luna più disincantati e con il mito della meritocrazia.

Siamo bravi ma mediani: raramente facciamo notizia. Il potere sta passandoci sotto gli occhi transitando dai settantenni ai quarantenni. In politica siamo fuori dalle classifiche interessanti: né fenomeni di resistenza nei mandati, né protagonisti del futuro. Siamo quelli del colesterolo alto e le aspettative in calo. I nostri genitori hanno visto crescere con l’età la propria qualità della vita: dopo cataratta, protesi al ginocchio, pace maker si godono una nuova primavera fatta di gite, burraco, cene con gli amici. Noi discutiamo con i coetanei di sciatica, politica e formaggi magri.

Per non parlare delle pari opportunità: le nostre madri sono state le prime a godere dei tre mesi di ferie nella casa al mare; le nostre figlie ci salutano a giugno e le rivediamo a settembre dopo il giro per l’Europa. Le nostre vacanze? Dopo aver pagato quelle dei figli resta l’ombrellone di pomeriggio a Portonovo.

Così penso ci vedano gli altri. Ma noi cinquantenni nel 2008 come ci sentiamo?

Io mi sento in splendida forma: considero una grande conquista l’equilibrio raggiunto dopo aver sbattuto tante volte la testa come un ariete nel tentativo di cambiare il mondo; ora so che l’universo non pesa solo sulle mie spalle ed importante non è vincere ma sapere di aver fatto fino in fondo il proprio dovere. Sono contenta dell’ironia con la quale a 50 anni guardo la mia vita e la società che mi circonda: per cui dopo aver vissuto tanti anni pensando che la situazione era grave ora verifico spesso che per lo più è grave ma non seria.

E mi sento ancora giovane quando mi ritrovo in macchina da sola a cantare “Immagine” o scrivo mail sul senso della vita per sfuggire al cinismo della politica o mi sento poco furba ma contenta di non esserlo.

Perché noi cinquantenni siamo così: adulti ma ancora sognatori, perennemente responsabili di qualcuno o di qualcosa, affettuosamente grati all’amico che ci rassicura …. inguaribilmente in balia di noi stessi … proprio come il caro vecchio sempre giovane orso Yoghi!

un abbraccio, stefania
fine messaggio n. 52

pubblicata oggi su Messaggero, con un paio di tagli per motivi di spazio

vorrei parlarvi del grigio

Questo pezzo è uscito domenica 25 maggio 2008 nell'inserto La Domenica di Corriere Adriatico. I lettori storici di stefinews ricorderanno una new d'annata sull'argomento, del 2003: l'ho aggiornata



Anche i tempi hanno il loro colore: siamo nella stagione del grigio.

In questa strana primavera ci svegliamo sotto un cielo plumbeo: per molti è uno stato d’animo, per altri riflette l’umore rispetto ad un mondo dove sempre più ci sentiamo a disagio.

Con un tempo così cosa aspettarsi?

Nel grigio filtra poca luce, non abbastanza per illuminare il pensiero, quello libero dal pregiudizio e non c’è colore, quello della passione che dà energia all’azione.

Il grigio mi fa pensare all’immobilità e alla sospensione, al tentativo di nascondere il vuoto, allo sguardo che sfugge il contatto e si fa evasivo, alla parola non detta, dai mille significati.

Spesso si usa la parola “grigio” quando non si riesce a descrivere in modo preciso una persona, quando si coglie in maniera confusa una sorta di umanità spenta, amorfa, inespressa.

L’uomo “in grigio” lo riconosci facilmente: il vestito, ovviamente grigio, i capelli senza un verso preciso, il viso non abbronzato; mai una cravatta vistosa. E’ impossibile innamorarsene con un colpo di fulmine: conquista semmai la sua affidabilità, con lui non rischi, sai per certo cosa ti aspetta … mortalmente tuo.

E’ vero ci sono anche dei gran bei grigi: penso al grigio antracite o allo stupendo grigio perla. Sono dei grigi con una luce che li illumina, ma sono falsi grigi; il grigio doc non ha sfumature, è opaco, non regge aggettivi, è “il” grigio.

Se fosse un luogo sarebbe un’anticamera, una musica? la sirena antinebbia, se fosse un vecchio amico sarebbe quello di cui parli in termini: “abbiamo giocato a carte a casa di Gianni: eravamo tre o quattro…. “ Il grigio sarebbe quel “… o quattro”.

Il grigio ha successo anche in politica: come nella vita è quel cono d'ombra che rende tutto indistinto. E' la banalità. Il grigio non è bianco e non è nero, ovviamente; ma è bianco e nero al tempo stesso. Per molti il grigio è una virtù della politica. Lo traducono con mediazione, moderazione. E' quel costume per cui tutto è possibile. La parola data oggi non vale domani, oppure io dico una cosa e intendo dirne un'altra. Il grigio è una patina che ti si attacca addosso e ti rende uguale, ti omologa; in politica chi si colora, chi si distingue si autoemargina, non dura. Chi ha inventato il grigio in politica? Chi non conosce la passione, chi nasconde il talento, chi farà politica tutta la vita, non perchè ce l'ha nel sangue, ma perchè così si sente qualcuno. Il grigio è il colore dell'autunno. Io amo la primavera, una stagione che in questi anni c’è e non c’è sopraffatta dal grigio, ma carica di grande vitalità, è la stagione della novità, dei mille colori, di tutti i colori dell'arcobaleno... l'arcobaleno della pluralità, del confronto, della libertà di pensiero e di parola, della pace, politicamente un'utopia per i cultori del grigio, comunque non moderata.....

La pace, l'arcobaleno, la primavera, la verità, la novità …. Parole ormai desuete.

E allora ad una colorata come me non resta che vincere la avversione per il grigio e andare a stuzzicarlo per vedere se scavando uno schizzo colorato esce. Perché sarei una grigia se lo snobbassi e perché il mio essere colorata mi fa sospettare sotto il grigio mille possibilità. E forse vale la pena di andare a vedere, perché il rischio della delusione è minore del rischio dell’occasione perduta.

All’inizio il grigio mi seduce: perché vivere a colori a volte è faticoso, la definizione non lascia scappatoie, dalla chiarezza puoi solo evolvere e cambiare in modo altrettanto chiaro e per farlo devi essere coerente, convinta e convincente. E mi è capitato di farmi avvolgere dalla nebbia del grigio e lasciarmi cullare nel suo rassicurante indefinito.

E’ durato poco: ho capito presto che le sue numerose sfumature in realtà coniugano il non essere, che si autorigenera e non conosce la scintilla della creazione, la sofferenza della scelta, il coraggio di mettersi in gioco. In pratica l’aria per i colorati.

Ma soprattutto ho capito che il grigio non si può scegliere, ti sceglie lui.